mercoledì 7 ottobre 2009

91ma puntata. Casa, ecco il piano B

Ad oggi sono undici le Regioni che, in attuazione dell’intesa Stato-Regioni dello scorso 31 marzo, hanno approvato un proprio piano casa. Ma quanti, tra i piani già licenziati dai consigli regionali, intervengono sia pure parzialmente sul disagio abitativo? Passando in rassegna le undici leggi regionali risulta molto difficile riscontrare degli interventi strutturati in tema si edilizia sociale. Alcune Regioni – come Lazio, Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte – hanno previsto soltanto degli interventi sporadici sulla riqualificazione del patrimonio edilizio sociale esistente o sulla concessione di nuove opportunità abitative alle famiglie meno abbienti. In tutte le altre Regioni non sono riscontrabili particolari iniziative di social housing, ma di fatto il Governo aveva solo richiesto loro di approvare, entro 90 giorni dalla data dell’accordo, proprie leggi in materia urbanistica contenenti eventuali aumenti di volumetria (o anche possibilità di demolizione e ricostruzione) riservati essenzialmente a chi è già proprietario di villette e palazzine.
Anche il Governo alla fine si è accorto che il piano casa – così come formulato originariamente "Misure urgenti in materia di edilizia, urbanistica ed opere pubbliche" e che potrebbe essere meglio etichettato come “piano villette” – risponde più alla necessità di procacciare nuove commesse alle piccole e medie imprese edili colpite dalla crisi che all’esigenza impellente di offrire a un numero crescente di famiglie una risposta al disagio abitativo, con tutte le sfumature che esso rappresenta ma che senza dubbio trascende dalla voglia di veranda o della stanza aggiuntiva da parte delle famiglie italiane. Ed è per questo motivo che, nell’estate scorsa e dopo che la maggioranza delle Regioni aveva chiuso la partita sul proprio piano casa, il Governo ha varato un ambizioso “Piano straordinario per l'edilizia residenziale pubblica” (Dcpm del 16 luglio 2009) per affrontare in maniera organica il disagio abitativo, dalla difficoltà di accesso a valori immobiliari di acquisto e di locazione sempre più importanti al degrado derivante da fenomeni di alta tensione abitativa. Il nuovo piano prevede di offrire 100mila nuovi alloggi sociali in affitto a canone moderato a quella fascia di famiglie (anziani, giovani coppie, immigrati regolari, etc) non eccessivamente povere da rientrare tra gli indigenti e non sufficientemente solide economicamente per poter corrispondere un canone libero di mercato. Senza dubbio l’iniziativa rappresenta un forte impegno da parte del Governo per colmare il ritardo che l’Italia ha accumulato nell’ultimo decennio sull’impegno pubblico nel social housing, ma le perplessità sono rappresentate dal finanziamento delle iniziative – vista la scarsità delle risorse pubbliche e l’impegno di parte di esse nelle leggi regionali già varate per “piano villette”; dalla capacità di coinvolgimento di soggetti privati – fondazioni, cooperative, enti non profit, fondi immobiliari, etc – in iniziative di business sociale che in molti casi non consentono un ritorno dall’investimento più elevato della dinamica inflattiva; e, soprattutto, dall’orizzonte temporale di almeno medio periodo (5 anni previsti sulla carta) entro cui si vedranno concretamente realizzati gli obiettivi dell’iniziativa.

giovedì 10 settembre 2009

88ma puntata. Ripresa sì, anzi no

Negli ultimi mesi migliorano sensibilmente gli indicatori di confidenza dei consumatori e quelli sulle attese dei direttori agli acquisti. Ma perché non riescono ancora a ripartire i consumi e gli investimenti?
Finora i Governi dei Paesi avanzati sono riusciti a “tappare i buchi” delle banche e a mettere in campo diversi piani di stimolo della domanda, che però hanno fatto registrare un impatto più o meno positivo a seconda dei diversi meccanismi di trasmissione e delle reti di protezione di cui un Paese è dotato. In Italia, per esempio, la spesa privata per consumi e investimenti resta ferma non tanto e solo perché il Governo ha messo a punto un piano anti-crisi ritardatario e di modeste dimensioni finanziarie – secondo Nomisma nel biennio 2009-2010 il livello di intervento pubblico sarà pari allo 0,3% del Pil, contro il 3,4% della Germania, il 4,5% della Spagna e il 5,9% degli Stati Uniti – quanto piuttosto perché rispetto ad altri Paesi europei si è presentata a ridosso della crisi con un sistema di welfare relativamente ridimensionato, uno scarso livello di infrastrutture sociali esistenti, un sistema di servizi pubblici locali poco esteso ed efficiente e, infine, un’alta pressione fiscale su famiglie e imprese. Tutte queste debolezze strutturali fanno sì che nonostante migliorino gli indicatori di sentiment economico, le famiglie preferiscono posticipare il consumo e le imprese attendono tempi migliori per effettuare investimenti.
In alcuni Paesi occidentali stanno emergendo dei segnali positivi, ma a preoccupare sono i due fardelli del debito pubblico e della disoccupazione creati sin dai primi sconquassi sul mercato finanziario nell’estate 2007 e in soli due anni. Sia pur in modo differenziato in Europa – con l’eccezione di Svezia, Danimarca e Finlandia – i deficit pubblici sono quasi triplicati (dall’8,6% della Spagna al 12% dell’Irlanda) facendo saltare l’intero impianto di stabilità di Maastrict e portando l’indebitamento pubblico a livelli preoccupanti nel 2010 (dal 70,6% della Francia al 117,5% dell’Italia). Anche la disoccupazione rischia di diventare una variabile incandescente perché in quei Paesi dove non si abilitano le famiglie ad accedere agli strumenti di protezione pubblica e integrazione reddituale lo scoppio delle diseguaglianze interne costituirebbero una zavorra per cogliere la ripresa. Da sottolineare come l’Italia partendo dal più basso tasso di disoccupazione nell’area euro (6,1% nel 2007) supererà nel 2010 un tasso del 10% arrivando ai livelli di Francia e Germania; ben peggiore è lo scenario statunitense post-crisi con un tasso di disoccupazione più che raddoppiato (4,6% del 2007 al 10,1% atteso nel 2010). Se da un lato i processi di globalizzazione del commercio e della finanza mondiale hanno sincronizzato gli squilibri reali e gli effetti distorsivi di questa crisi, dall’altro la speranza dei Paesi avanzati non deve essere riposta nella ripresa degli eccessi americani quanto piuttosto in una nuova fase di sviluppo dei Paesi emergenti. Anche se le disparità stanno aumentando vertiginosamente in questi Paesi, ogni anno milioni di persone fuoriescono dalla povertà assoluta e possono dare vita ad una rilevante crescita dei consumi. Essendo stati più esclusi dalla finanza mondiale e non avendo accumulato debito, i Bric hanno oggi le carte in regola per ripartire subito e dar vita ad una ripresa diacronica vantaggiosa per tutti, a patto però che gli Stati Uniti accettino di ridurre il loro debito privato, l’Europa rimetta in sesto i conti pubblici e la Cina aumenti le sue quote di consumo ad oggi ferme a un terzo del reddito nazionale.